I risultati dell’ultima
campagna archeologica nel maniero di ILLASI
Scavi nel castello dei misteri
Tra le sorprese uno scalone signorile e nessuna tomba
Come
ogni castello che si rispetti anche quello di ILLASI ha i suoi misteri. Ma
non sono tanto lo svolazzare di fantasmi con sferragliare di catene, quanto
piuttosto quelli che un progetto di studio serio sta mettendo in luce. Lo
finanzia il Comune, con la collaborazione della nobile famiglia Sagramoso,
proprietaria del bene, e vi lavorano le Università di Verona e Padova e la
sezione veronese dell'Archeoclub d'Italia. I risultati delle prime quattro
settimane di scavi, condotti dagli archeologi Fabio Saggioro e Nicola
Mancassola, dell'Università di Padova, sono stati presentati sul posto agli
amministratori e a un gruppo ristretto di studiosi, prima di essere più
ampiamente illustrati all'intera popolazione.
«Siamo al secondo anno di indagini, quello che è seguito al rilievo delle
strutture e che precede l'approfondimento di alcuni problemi emersi negli
scavi. Ci siamo trovati di fronte a una struttura semplicissima dal punto di
vista formale, ma pur tuttavia di una complessità architettonica che
rappresenta più di un problema», esordiscono gli studiosi.
Gli scavi sul versante sud, nel terreno compreso fra il cassero e la cinta
muraria, hanno messo in evidenza la stratigrafia di occupazione del suolo:
dal livello coltivato, a un livello di crollo inferiore, seguito da un
livello di calpestio con ceramica grezza che risale al XII-XIII secolo, a un
successivo livello di terreno molto organico in cui è testimoniata la
presenza di edifici in legno, per arrivare a livelli comparabili con le età
del Ferro e del Bronzo. Dunque pare confermata una storia del castello, o
quando meno dell'occupazione del monte su cui sorge la fortificazione
medioevale, ben anteriore al 971, data del primo documento che cita un "castrum
Illasiense".
«Abbiamo prelevato campioni di sostanza organica per spedirli ai laboratori
specializzati nella datazione con il carbonio C14», spiegano gli archeologi,
«per capire se le prime abitazioni in legno risalgano al 900, come citano i
documenti o se siano anteriori».
Uno scavo nel ricetto, il cortile più interno e fortificato, ha messo in
luce una pavimentazione in pietra degradante verso una cisterna. Gli
archeologi hanno cercato anche la chiesetta dedicata a Santa Maria di cui ci
sono tracce nei documenti assieme a un cimitero. «Cercavamo tombe che
avrebbero confermato la tradizione della presenza di una chiesa, ma non ne
abbiamo trovate», dicono gli archeologi. In compenso sono emerse tracce
significative di incendi e un'imponente attività di spianamento,
probabilmente conseguente a crolli o a lavori di ristrutturazione. I
barbacani e le pareti sud ed est riportano ancora evidenti, sui blocchi di
pietra, i segni grafici delle diverse botteghe di scalpellini: croci,
cerchi, triangoli, cifre romane, lettere dell'alfabeto con i quali segnare i
diversi lotti di pietra consegnati.
«La sorpresa degli studiosi, che abbiamo chiamato come consulenti, è stata
di trovare un manufatto di questa imponenza in un contesto rurale, quando a
malapena si realizzavano opere simili in contesti urbani di importanza
strategica», aggiungono gli archeologi.
Resta un mistero una scalone quasi signorile realizzato sulla scarpa della
parete sud, un controsenso su una struttura concepita essenzialmente per la
difesa.
L'interno, con i soffitti completamente crollati, conserva il fascino di un
imponente arco a tutto sesto che abbraccia l'intera ampiezza del cassero e
la cui funzione strutturale appare architettonicamente relativa. Per
imponenza è il doppio degli archi d'ingresso nelle case torri di Verona e
non si capisce se sia del XIII secolo, quando fu messo mano al castello
nella sua impostazione attuale, o se rappresenti un'aggiunta successiva.
All'interno c'è un'interna zona volutamente rialzata di tre metri, ma per
gli archeologici potrebbe essere anche il risultato di un grosso crollo
strutturale sul quale gli antichi abitanti hanno scelto di camminare con una
gettata di calce piuttosto che ripianare. La scelta ha comportato la
necessità di defunzionalizzare l'area sotterranea, che per questa ragione è
rimasta intatta con i suoi saloni e i suoi cunicoli ancora da esplorare.
«Il bilancio di questo lavoro è estremamente positivo, con molti problemi
aperti su un monumento di importanza eccezionale che richiederebbe almeno
altri vent'anni di scavi», concludono gli archeologici.
Vittorio Zambaldo