Il Castello di Illasi
Collocato sul crinale di una collina, il castello
aveva il compito di contribuire, assieme al castello di Soave, al controllo dei
percorsi di fondovalle.
Se ne ha notizia certa dall’anno 971. Nel 1004 un
documento lo indica proprietà privata del diacono Moisè; e nel 1223 risulta in
possesso della potente famiglia dei Montecchi, che dieci anni più tardi lo
consegnò a frate Giovanni da Schio, il quale, pacificate le città venete in
continua lotta, vi pose un presidio di truppe vicentine.
Nel 1243 fu occupato da Ezzelino da Romano, quest’ultimo
indicato da una bolla di papa Nicolò IV come ricostruttore del complesso, che
allora si trovava in un non felice stato di conservazione. Datato 27 giugno 1289
e diretto al vescovo di Mantova Filippino, il documento attesta una donazione ad
Alberto I della Scala e suoi discendenti da parte del pontefice, riconoscente
verso lo Scaligero per la cattura da parte di questi , a Sirmione, di un
numeroso gruppo di eretici “patarini”. Oggetto della donazione erano “la torre
con il palazzo e le macerie che dal detto castello si dicono restare, con tutti
i diritti e le sue pertinenze in quanto si conoscono appartenere alla Chiesa
romana”.
Proprietà privata dei Della Tavola nel corso del
XIII secolo, nel 1269 il castello venne occupato da Pulcinella delle Carceri, in
lotta con Mastino I della Scala, che lo adibì a proprio rifugio. L’anno
successivo lo statuto detto Albertino registra l’atto di cessione del complesso
da parte di Umberto della Tavola ad Alberto I della Scala assieme al castello di
Soave e altre rocche.
Dagli scaligeri il complesso ricevette nuovo
vigore ed interventi di consolidamento vari. Nel 1280 un’incursione padovana gli
lasciò i segni del suo passaggio.
Più seri però furono i danni recatigli dal ritorno
delle truppe veneziane (giugno 1405) inviatevi per strappare il castello ai Da
Carrara, alleatesi con Guglielmo, ultimo dei figli illegittimi di Cangrande
della Scala. Il capitano delle truppe carraresi, accortosi che gli Illasiani si
dimostravano favorevoli alla riconsegna della rocca alla Dominanate, appiccò il
fuoco al maniero che ne riportò gravi ferite.
I castello tornò ad essere teatro di guerra nel
1439. Il 28 marzo di quell’anno Nicolò Piccinino, celebre capitano di ventura al
servizio di Filippo Maria Visconti, pose le tende ad Illasi, dopo aver inflitto
una severa sconfitta alle truppe veneziane e occupato il castello di Soave.
Spenta la stella viscontea e ritornato il vessillo
di S. Marco, il castello andò via via perdendo importanza in campo militare,
anche in conseguenza della politica di pace perseguita da Venezia. Nel 1509
questa decise di concederlo in feudo ad un valoroso condottiero Girolamo Pompei,
detto “Malanchino”, la cui famiglia vantava da secoli diritti in quel di Illasi.
L’investitura rappresentò per i Pompei non solo un atto di splendida e doverosa
generosità ma costituì anche la loro reintegrazione in un possesso goduto da
secoli e che, attraverso una serie di avvenimenti storico-militari, era finito
in mani “estranee”.
Invero nel possesso del loro feudo i Pompei
entrarono veramente solo dieci anno dopo, una volta conclusa la guerra fra
l’imperatore Massimiliano d’Austria e Venezia.
Nel castello di Pompei tennero la loro residenza
anche nel corso dei secoli XVII e XVIII; nel Settecento la sostituzione con la
villa costruita al piede dello stesso colle.
Struttura
architettonica
Dal punto di vista edilizio il castello si
articola secondo un modello di organizzazione distribuita (mastio ovvero
residenza castellana affiancato dal cassero dormitorio delle milizie) che
sarebbe in seguito stato applicato anche in molteplici altre fortificazioni
scaligere.
In esso predominano le forme dell’impostazione
originaria altomedioevale, particolarmente evidente nella cinta ad andamento
pressoché ellittico, per circoscrivere la sottostante collina. Ben curate sono,
qui, le tecniche murarie di realizzazione delle strutture del mastio e del
cassero, sia per la finitura dei paramenti esterni che per la qualità
dell’apparecchio delle murature, tutte dello spessore medio di circa tre metri,
realizzate con grandi conci rettangolari di tufo duro.
Altro 32 metri, il mastio possiede una pianta
quadrata di 10 metri di lato, con un alto zoccolo scarpato ( l’originaria
inclinazione è stata modificata dalla riparazione cinquecentesca), destinato a
cisterne, magazzino e servizi vari. Sembra preesistere alla trasformazione
scaligera, cui probabilmente si deve, in particolare, il grande cassero che lo
affianca. L’accesso si presenta a quota elevata; e le finestrelle sono
numericamente scarse e arcuate a tutto sesto.
Il cassero, costruito a poco più di 15 metri di
distanza dalla torre, unito al mastio da una cortina che si distacca dall’altra
all’altezza della torricella di sostegno, presenta anch’esso un accesso elevato
su di uno zoccolo altro circa 8 metri, di base rettangolare (20x25 metri), con
un’altezza di 26 metri, suddiviso su due piani. E’ coronato con merlature
attorno ad un terrazzo sommitale, praticabile.
La cinta è contraddistinta anche da una sola porta
d’accesso, sul lato meridionale, e non esibisce alcuna torricella di sostegno
sporgente altre il filo del muro esterno.